
I più recenti sviluppi del dibattito relativo alla tassazione dei gruppi di imprese a proiezione multinazionale – per i quali si prospetta un modello impositivo radicalmente nuovo, fondato sulla strategia dei “due pilastri” ispirata dall’OCSE e con la previsione, tra l’altro, di una global minimum tax – sollecitano una serie di riflessioni, riguardanti sia i profili tecnici e applicativi della disciplina che si intende introdurre, sia, ed in misura ancor più consistente, le implicazioni che potranno derivarne rispetto all’estensione e al concreto esercizio della sovranità tributaria dello Stato. La previsione di un livello minimo di imposizione a livello globale intende infatti sancire la fine della corsa al ribasso delle aliquote, e determinare una perdita di appeal delle giurisdizioni che più si sono prodigate nella harmful tax competition.
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Il coinvolgimento attivo della generalità degli Stati nel contrasto alla concorrenza fiscale internazionale e nella prevenzione dei fenomeni di base erosion e di profit shifting indica chiaramente la strada appena intrapresa, nel segno della necessità di assicurare un recupero della funzione fiscale da parte dello Stato e della riassunzione di questa come fattore di equilibrio per la realizzazione delle politiche economiche e sociali, in vista del perseguimento di finalità coerenti con i principi fondamentali di solidarietà, uguaglianza e capacità contributiva.
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