Foucault trasforma in un romanzo, e per di più in un romanzo giallo, la storia della cultura: come si è passati dalla somiglianza tra parole e cose nel Rinascimento alla disarticolazione del Novecento? Intorno a questo mistero si è organizzata la teoria della conoscenza e la stessa identità dell'Occidente; svelarlo vuol dire anche provare a immaginare il nostro futuro. Se l'uomo non è stato da sempre l'oggetto dei saperi, ma è nato tardi, insieme alle scienze umane, ciò vuol dire che come è venuto può anche andarsene, scomparire da un momento all'altro, dissolversi. Questi cambiamenti non sono decisi da nessuno: la storia non ha un vero senso e uno sviluppo, è soggetta a fratture e sismi di cui nessuno è davvero fautore e responsabile.

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Ma chi è a raccontare questa storia? Da dove ci parla l'autore di questo libro? Ci avverte Maurizio Ferraris: "Foucault diceva di non voler dire chi era... che voleva essere lasciato in pace quando si trattava di scrivere, perché i libri sono come tunnel in cui si scava per fuggire a se stessi". Eppure "Le parole e le cose", fin dalle prime battute qui proposte, è impensabile senza la forza della presenza di Foucault.

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